Caro Enrico,
oggi sono 25 anni che hai finito di vivere. Noi non ci conosciamo e scusami, quindi, se mi permetto di scriverti. Avevo poco più di un anno quando le parole si sono fatte pesanti nella tua voce. Avevo poco più di un anno quel giorno, 25 anni fa, ma le ho viste, in seguito, le immagini del tuo ultimo comizio. Ho visto come hai lottato con il fiato che si faceva sempre più corto, ho visto come hai tentato, invano, di vincere l’affanno che ti stava piegando; ho visto il tuo sguardo fiero farsi d’un tratto vitreo, quasi avessi preso coscienza che quello sarebbe stato il tuo ultimo comizio. T’ho visto resistere fino all’ultimo al dolore che ti stava piegando e t’ho visto accasciarti tra le braccia dei compagni. In piedi, a testa alta, fino alla fine. Pochi giorni dopo ti sei spento definitivamente.
Mi hanno raccontato, quelli che c’erano, che i tuoi funerali, qualche giorno dopo, sono stati quanto di più imponente Roma avesse mai visto. Qualcuno sembra che in quei giorni si sia chiesto se “un Papa avrà mai un funerale così grandioso ai piedi di una basilica romana?” A quanto ne so, caro Enrico, in questi 25 anni non è successo.
Ti chiedo ancora scusa se mi rivolgo a te come ad un vecchio amico. Non dovrei, lo so, ma ho delle cose importanti da dirti, e spero che tu, ovunque sia, possa sentirle.
Per iniziare, mi presento. Ho 26 anni, sono nato a Bologna, ma fin da quando ero piccolissimo la mia famiglia ha scelto di trasferirsi in provincia, sulle colline, a Monzuno. Ed è lì che ancora vivo: quelle colline, quelle montagne strette tra il Savena e Setta sono la mia casa, la mia terra. Un tempo, quando c’eri tu, si sarebbe detto che venivo da una famiglia proletaria, della classe operaia. Ora, invece, si sente dire che la classe operaia non esiste più, che il proletariato è roba del secolo scorso, che apparteniamo tutti alla classe ‘media‘. Sono stati i miei genitori, e prima ancora mia nonna, a parlarmi, del Partito, dei Partigiani, di Antifascismo, di Uguaglianza, di Solidarietà, di Rispetto del più Debole, di Giustizia e Libertà. Sono stati loro a raccontarmi di Te, del carisma che possedevi.
Poi sono venuti gli studi e mi sono appassionato alla storia, soprattutto a quella contemporanea. E leggendo della Seconda Guerra Mondiale, del Movimento Partigiano, delle lotte operaie e contadine del Dopoguerra, degli anni Sessanta, della Contestazione del ‘68, del “Movimento”, degli anni di piombo, del terrorismo, del compromesso storico, insomma, guardando indietro a quando non c’ero, mi sono sempre chiesto: dove sarei stato io? Da che parte sarei stato?
Il 25 aprile del ‘45, io, avrei consegnato le armi agli americani o avrei scelto di continuare la guerra contro i fascisti rimasti?
Quando spararono a Togliatti, io avrei obbedito all’ordine “state calmi”?
E a Genova nel luglio 1960: avrei partecipato alla ribellione contro il congresso dell’MSI?
Nel Sessantotto e, dopo, nel Settantasette, da che parte sarei stato: tra le fila del PCI o del Movimento, magari nei gruppi armati dell’area dell’Autonomia?
Non so, sinceramente, Enrico, da che parte sarei stato: se al tuo fianco o più lontano, alla tua sinistra. Poco importa, comunque, sono domande che lasciano il tempo che trovano.
Quello che però so per certo è che da quando avevo 15 anni ho deciso di impegnarmi in politica: ho fatto militanza, quella di base, in un paio di partiti nati dopo la morte del PCI. Perché, immagino lo saprai, dopo che te ne sei andato, il Partito s’è progressivamente disfatto.
Sono passati 25 anni, Enrico, da quando sei morto, e del tuo Partito è stato fatto di tutto. Sarebbe interessante sapere che cosa pensi del PD, l’ultimo frutto di questa evoluzione del PCI verso il “nuovo”, il “riformismo”, la “modernità”.
Non voglio tediarti, Enrico, con delle disamine storico-sociologiche: altri, più preparati, ne scriveranno tra qualche anno. Sarà materia degli storici, dei politologi e dei sociologi: io non sono nulla di tutto ciò. Sono solo uno studente lavoratore precario, militante senza partito, idealista senza casa né organizzazione, sognatore senza isola di Utopia. Insomma, un Orfano politico. La mia, Enrico, non è una condizione scelta consapevolmente: mi ci hanno infilato gli altri. I miei genitori, le mie “guide” politiche, i “vecchi compagni”: i Tuoi orfani. In ogni realtà politicamente organizzata che ho frequentato ho trovato la stessa venerazione di Te, del periodo in cui tu guidasti il Partito, di “quel partito”. Una serie di rimpianti, lo sguardo volto al passato, l’analisi della società limitata allo “Ieri”, la progettualità ridotta esclusivamente all‘”Oggi”. In ogni partito o associazione che ho frequentato, Enrico, i “vecchi”, quelli che ti avevano conosciuto, quelli che avevano vissuto il grande “Partito”, quelli che erano stati orgogliosamente parte dell’Organizzazione, tutti rimpiangevano i bei tempi passati senza la capacità di volgere lo sguardo al presente, senza la capacità di pensare il futuro, senza la capacità di organizzare il presente. La Sinistra italiana, dopo di Te, è stata un susseguirsi di Orfani.
Il volo che ti ha riportato dal Veneto a Roma, in quel lontano giugno di 25 anni fa, Enrico, ha forse sorvolato la mia terra: i boschi di Monte Sole, Monte Venere e Monte Adone, la valle del Savena o quella del Setta. Quei campi e quelle vigne che avevano visto nascere agli inizi del Novecento le prime cooperative operaie e di consumo, quei boschi in cui si erano rifugiati i partigiani della Brigata Autonoma Stella Rossa, quei prati che furono teatro della più grande strage di civili dell’Europa occidentale, quelle terre, le mie terre, da sempre, o quasi, governate da uomini e donne del Partito, che erano cresciuti nel Partito, che ti avevano adorato e ancora ti adorano, le “roccaforti rosse”, come le chiama il Carlino, da ieri sono in mano alla Destra. E non la Destra che tu hai conosciuto, non la Destra che tu hai combattuto, non la Destra che ti ha reso omaggio il giorno del tuo funerale, ma la “Nuova Destra”, la destra berlusconiana, la destra leghista, la destra televisiva.
In questi anni in cui tu sei mancato, Enrico, sono cambiate molte cose. Secondo alcuni vi è stata una mutazione antropologica nel mondo occidentale: dall’homo sapiens si è passati all’homo videns, cresciuto davanti alla televisione, abituato a vedere non a sentire, a scorgere non a capire. Anche su questo punto non mi dilungherò: ci sarà modo e occasione per farlo.
In questa sede voglio solo dirti che mentre questa mutazione avveniva, anche il Tuo Partito mutava: secondo alcuni in meglio, secondo alcuni altri in peggio. Il dato reale, però, è che del tuo Partito c’è rimasto ben poco: nei valori, negli ideali, nell’organizzazione, nella moralità, nelle pratiche. Anzi, qui mi sbaglio: forse sono solo le pratiche ad essere rimaste quasi le stesse: ma, come spesso capita, solo le peggiori.
Ed è anche per questo, Enrico, che la mia terra ha cambiato colore politico.
E’ venuto meno il Partito, a prescindere dal nome: la Sua capacità di ascoltare le persone, i cittadini, la Sua capacità di capire i bisogni, magari di indirizzarli, la Sua capacità di essere tra la gente, nelle piazze, nei luoghi di lavoro, nei luoghi sociali, in tutti. Si è trattato di una ritirata progressiva: ci siamo rinchiusi nelle nostre sezioni, sempre più anguste e vecchie, polverose e sporche, in cui le finestre hanno spesso le ragnatele per la scarsa apertura. Mentre i quadri dirigenti si dicevano intenti ad individuare il “modello” di partito più alla moda, tra le persone, tra la gente, nei paesi e nelle città sono venuti a mancare gli uomini e le donne che facevano il Partito.
Sia chiaro, Enrico, io non sono arrabbiato coi militanti di base, con gli uomini e le donne che hanno continuato e continuano a fare vivere il frutto del frutto del frutto del frutto del Tuo Partito: anzi, a loro va tutto il mio rispetto, la mia stima. Sono solo desolato nel vedere quotidianamente la miopia dei dirigenti, dei vertici, delle “guide”; nel vedere la loro incapacità di analizzare il presente, nel loro costante seguire la corrente e aspettare che il vento cambi. Sono stanco dell’attendismo e della mediocrità, dei formalismi e delle formule vuote.
Enrico, insomma, non ti tedio oltre: so che hai molti impegni questa sera. In molte parti d’Italia, anche a Bologna, i Tuoi Orfani hanno organizzato eventi per commemorarti: dibattiti e concerti per dimostrarti il loro affetto, la loro stima, e per manifestare una volta di più la tua assenza.
Un’ultima cosa, però, voglio dirtela: sono stanco di vivere questa condizione di precarietà politica, voglio smettere di sentirmi orfano, voglio tornare all’azione. Voglio riprendere la mia terra, il mio comune, la mia Italia. Voglio una nuova politica, che parta dall’analisi del presente, da un’aspirazione di futuro, che sappia cogliere gli errori del passato ma che non vi rimanga impantanata. Voglio una Vera Nuova Sinistra. Che riparta dai bisogni e dalle persone, che stia tra la gente, accanto alla gente.
Ti prometto, Enrico, che mi impegnerò a cercare di crearla, questa Sinistra, ripartendo dalla mia terra, dal mio comune, dalla mia Comunità, dal mio Territorio. Con tutt* coloro che desidereranno mettersi in gioco, sapendo che non sarà una passeggiata, ma che saranno disposti ad uscire dal grigiore della fluorescente società ipermediatica, con l’aspirazione ad un meglio reale e possibile.
categoria:politica, riflessioni







Questa settimana siamo andati in Cile, a conoscere la memoria di Villa Grimaldi, luogo di tortura ed internamento durante la dittatura di Pinochet. 





